Una passeggiata d’inverno

 

 

Una passeggiata d’inverno (il nuovo melangolo, 2014, a cura di Cesare Catà, che firma un’ampia introduzione) contiene quattro racconti di Henry Davidfoto Thoreau (1817-1862).

Il primo racconto, che dà il titolo alla raccolta, è del 1843; seguono Tonalità d’autunno (pubblicato nel 1863), A proposito dei meli selvatici (1862), Luna e chiar di luna (1863). Gli ultimi tre racconti, dunque, sono stati scritti vent’anni dopo Una passeggiata d’inverno, e pubblicati l’anno della morte di Thoreau o quello successivo; eppure sorprendono, i quattro testi, per uniformità stilistica e filosofica.

Il titolo del primo riporta alla mente il celebre racconto di Robert Walser, La passeggiata. Ma le analogie non vanno oltre. Anzi: tra la narrazione di Walser e le quattro di Thoreau è possibile istituire un’interessante contrapposizione.

Ne La passeggiata è infatti adottata una prospettiva insistentemente antropocentrica: il camminatore interpreta tutto ciò in cui si imbatte attraverso i filtri del proprio stupore e della propria ironia; e saranno soprattutto incontri con altre persone, celebrati da dialoghi spesso futili o prolungati espressionisticamente. Il paesaggio di Walser, insomma, è dominato dall’uomo.

Al contrario, nei suoi quattro racconti Thoreau descrive con precisione e amorevolezza la natura nonostante la presenza e lo sguardo umani.

L’uomo, le poche volte che viene citato, è indicato come incapace di vivere secondo natura: “fossero le nostre vite più conformi alla Natura, non avremmo bisogno di difenderci dal caldo e dal freddo, e troveremmo in Lei la nostra perenne amica ed infermiera” (p. 48), oppure è sarcasticamente tratteggiato, all’interno delle descrizioni ambientali, come un elemento accessorio: “gli uomini che indugiano sul bianco terreno sono il mobilio intagliato con elementi della foresta” (p. 59); altrove, l’estrema marginalità umana è restituita attraverso impietose sentenze: “Non c’è dominio della natura che ammetta senza riserve la presenza umana” (p. 63).

A rafforzare la posizione antitetica dei racconti di Thoreau rispetto a quello di Walser, concorrono alcuni passaggi nei quali si illustra come l’uomo mostri interesse unicamente verso gli elementi naturali che gli sono utili. Un esempio: “Per via del nostro impulso a mangiare, siamo sovente portati a considerare soltanto la maturazione e i relativi fenomeni (colore, morbidezza, proporzione) dei frutti di cui possiamo nutrirci, e così dimentichiamo che una quantità immensa di frutti che non mangiamo […] è ogni anno condotta a maturazione dalla Natura” (pp. 73-74).

Suggestiva l’intuizione secondo cui la facoltà della vista, nell’uomo, è assai limitata, poiché viziata da un punto d’osservazione egoistico: “Gli oggetti sono celati al nostro vedere, non tanto perché siano fuori dalla portata del nostro raggio visivo, quanto perché non conduciamo le nostre menti, i nostri occhi ad avere una funzione per essi; […] Il giardiniere non vede che il giardino del giardiniere” (p. 123).

Ma la natura, nella sua vastità e indifferenza, nella perfezione dei suoi cicli, resiste ai continui tentativi di strumentalizzazione umana; non ci offre consolazioni né privilegi: “La Natura è un insegnante colto e giusto, che non diffonde risposte rozze, e non fa mai complimenti” (p. 183).

La lettura di questi quattro racconti innesca una domanda, che se può apparire bizzarra è proprio a causa di quella stessa consuetudine che intende mettere in discussione: perché mai l’uomo, la cui presenza nel mondo è tanto periferica e innecessaria, ingombra di sé la letteratura di ogni epoca e latitudine?

 

 

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