Vuole essere il mio Shakespeare?

 

 

Vuole essere il mio Shakespeare? Lettere 1931-1936 (Archinto, 2009, a cura di Roberto Di Vanni) comprende sei anni di carteggio tra Richard Strauss e Stefan Zweig. La corrispondenza, che muove dalla decisione di Strauss di accettare Zweig come librettista dell’opera lirica Die schweigsame Frau, contiene anche una lettera che Strauss inviò a Friderike Maria Zweig, moglie dello scrittore, e una che viceversa Friderike Maria inviò al compositore.

Vuole essere il mio ShakespeareIl contesto storico-politico e le biografie dei due scriventi rendono eccezionale questo epistolario: Stefan Zweig, austriaco di origine ebraica, morì suicida nel 1942; Richard Strauss ebbe un rapporto quantomeno ambiguo col nazismo, come testimonia il triennio 1933-1935 in cui fu Presidente della Reichsmusikkammer (Camera musicale del Reich).

Il 30 gennaio del 1933 Adolf Hitler venne nominato Cancelliere del Reich; e proprio il 1933 sarà l’anno spartiacque nella corrispondenza tra Zweig e Strauss. Prima di allora, i due si scambieranno appassionate lettere tutte incentrate sulle loro concezioni estetiche ed etiche dell’arte oppure, più in concreto, sull’opera lirica a cui lavoreranno assieme.

La prima lettera in cui compare un elemento inedito, pur sotto forma di aneddoto, è quella che Zweig indirizzò a Strauss il 3 aprile 1933. Lo scrittore si lamenta del fatto che Joseph Goebbels, in un discorso alla radio, abbia citato una “frase infame” (non è spiegato di più) dello scrittore Arnold Zweig, senza tuttavia specificarne il nome di battesimo. A Stefan Zweig toccò la “particolare seccatura” di smentire in più occasioni la paternità della frase.

Pochi giorni più tardi, nella lettera del 13 aprile, la “seccatura” ha già lasciato il posto a un sentimento più inquieto e meno privato; è sempre Zweig a scrivere a Strauss: “la politica passa, l’arte rimane, ed è per questa ragione che bisogna mirare a ciò che è destinato a durare e lasciare che si occupino delle agitazioni quelli che vi trovano il loro appagamento e la loro felicità” (p. 66).

Oggi sappiamo bene, in quel giro di mesi, quale tragedia si stava allestendo. Eppure verrà mantenuta quasi fino all’ultimo, nello scambio di lettere tra Strauss e Zweig, questa volontà di concentrarsi sulle ragioni dell’arte a discapito degli accadimenti politici.

Impressiona come i due affrontino quasi svagatamente alcune vicende drammatiche: nella lettera del 3 settembre del 1933, ad esempio, all’indomani della pubblicazione di una lista di personalità della cultura tedesca messe all’indice dal nazismo poiché portatrici di valori degenerati, Stefan Zweig si limita a scrivere: “Wassermann, Thomas Mann, Döblin e io abbiamo già protestato alcuni mesi fa contro questa lista, ma di questi tempi le bugie hanno le gambe lunghe” (pp. 68-69), per poi precipitarsi a ragionare di cose musicali e familiari.

Stupisce la data di una lettera nella quale Zweig può ancora scrivere a Strauss (corsivo nel testo): “[…]sono pienamente riuscito a rimanere completamente al di fuori di tutte le discussioni pubbliche e di ogni questione politica” (17 maggio 1934, p. 79).

Per prendere un altro esempio, nella lettera del 2 agosto 1934 Strauss fornisce a Zweig, con naturalezza (e paradossale deferenza), un’informazione tutt’altro che accessoria: “Caro Dottore!/ Molte grazie per la Sua seconda bella lettera. La informo in via strettamente confidenziale che Lei è stato «osservato» a Londra, e che la Sua condotta lodevole è stata giudicata «corretta e politicamente irreprensibile»” (p. 87).

Solo dalla fine del 1934 comincia a percepirsi una certa distanza tra la lucidità dello scrittore e quella del compositore. Si legga l’inizio della lettera di Zweig a Strauss del 13 dicembre 1934: “Egregio Dottore, sono sinceramente costernato per i più recenti avvenimenti nel mondo musicale tedesco e per l’eco che hanno suscitato nel mondo. Ancora sotto questa impressione, e dal momento che in Germania l’apprezzamento politico si è imposto come il supremo criterio di valutazione in ambito artistico, vorrei pregarLa di impedire in tutti i modi una rappresentazione della Schweigsame Frau in questo momento” (p. 106).

Nei primi mesi del 1935, in più di una lettera, Zweig esclude la possibilità di collaborare nuovamente con Strauss (“Ora, io mi rendo perfettamente conto delle difficoltà che incontrerebbe oggi una Sua nuova opera se fossi io a scrivere il testo: sarebbe sentita come una sorta di provocazione”, p. 114), e si offre di lavorare “anonimamente e gratuitamente” (ibid.) al fianco di qualunque nuovo librettista di cui Strauss desidererà avvalersi. Anzi: in quasi tutte le lettere successive, lo scrittore consiglierà al compositore alcuni nomi, specie quelli di Alexander Lernet-Holenia e Joseph Gregor.

Dunque Stefan Zweig, lui solo, sembra finalmente iniziare ad accorgersi della Storia. Ma Strauss non vuole accettare l’idea di sostituire lo scrittore austriaco con altri (“Ho più volte spiegato sia al Ministro Goebbels sia a Göring che è da 50 anni che cerco un librettista”, p. 115), e disconosce ingenuamente i rischi di un’ipotetica futura collaborazione (“Ma perché porsi oggi dei problemi inutili, che nel giro di 2 o 3 anni si saranno risolti da soli?”, ibid.).

I documenti riportati in appendice, poi, restituiscono con nitidezza il rapporto ambivalente di Richard Strauss col regime nazista: scopriamo che il compositore si battè (e riuscì ad avere la meglio) affinché il nome di Stefan Zweig non scomparisse dalla locandina della prima della Schweigsame Frau (andata in scena a Dresda il 24 giugno del 1935); in un suo memorandum del 10 luglio 1935 leggiamo inoltre: “sono stato sospettato di essere un antisemita servile ed egoista, mentre al contrario ogni volta che ho potuto ho sempre sottolineato davanti a personalità locali autorevoli (anche a mio danno personale) che consideravo la persecuzione degli ebrei attuata da Streicher e Goebbels come un’infamia per l’onore tedesco” (p. 191); ma scopriamo anche la lettera ossequiosa che solo tre giorni dopo, il 13 luglio, Strauss scrisse ad Adolf Hitler intorno ai motivi delle sue dimissioni da Presidente della Reichsmusikkammer.

Eppure non voglio, qui, annotare le differenze di atteggiamento nei confronti del nazismo tra Stefan Zweig e Richard Strauss. Desidero piuttosto rimarcare che questo epistolario mostra un forte tratto comune allo scrittore e al compositore: entrambi fecero il possibile (e quante variabili condizionano i limiti del possibile di ciascuno!) per tenere l’arte al riparo dalla storia.

Per tenere, cioè, la bellezza al riparo dal tempo.

 

 

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One comment

  1. Interessante la scelta di questo epistolario che documenta come l’arte, il bello , la musica uniscano nello stesso fine mentre il potere, (Strauss forse pensava di utilizzarlo per salvare l’arte )più facilmente conduca a divisione ( Zweig da semita era costretto a portarne il peso rischiando la vita ogni giorno). Come sempre l’invito a leggere è forte! Grazie

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