La sepoltura dei morti

 

 
di Danilo Soscia

 

 

Da bambino vidi seppellire un elefante vivo.

In quel tempo la Giudea era una terra di infanzia e di alberi da frutto. I miei padri l’avevano coltivata palmo a palmo, e ogni sintomo dell’orrore del mondo era  stato condotto lontano dai nostri occhi innocenti.

Poi, un giorno Antipatro raccolse me e i miei fratelli e ci fece assistere alla sepoltura dell’elefante. La nostra felicità allora era simile a quella degli infermi, che non conoscono la misura piena della vita, ne conoscono un’altra, a noi proibita, e per questo desiderabile come una bella morte.

Al sole fresco di una stagione di cui ignoravo il nome, l’animale venne imbragato, e quindi sepolto in una fossa profonda quanto il Tempio di Gerusalemme, per mezzo di un argano mosso da settanta uomini. Altri settanta lo ricoprirono di terra, mentre la bestia ancora barriva. Mio padre consentì che mi affacciassi oltre il baratro. Vidi l’elefante impennarsi, piccolo sul fondo, e battere la testa contro le pareti dello scavo.

I miei fratelli tornarono alle loro ocupazioni quasi subito, chi a imparare la lingua della nostra terra, chi a scriverne le parole, chi ancora a occuparsi dei modi più sapienti di sopravvivere al trascorrere del tempo. Io invece fui testimone totale, entusiasta e addolorato di quanto accadde, fino a quando la terra non fu di nuovo pareggiata sulla testa dell’animale.erode_3

La memoria tornò all’elefante per tutto il tempo della mia infazia e giovinezza. Non compresi mai perché Antipatro volle così, ma tutti sapevamo che era proibito parlarne, pena la mutilazione della lingua. Fu anche per questo che mi piegai ad attendere la morte di mio padre, per disseppellire il cadavere dell’elefante. Divenni re, e il mio primo pensiero fu profanare quel sepolcro. Più di ogni cosa desideravo le ossa. Volevo  diventassero la parte più rara di un corredo funebre futuro, e spesso mi piaceva progettare il giorno della mia morte, quando avrei attraversato l’ultimo confine del mondo sulla groppa di un elefante.

Fu l’unica gioia di una vita di felicità violenta, quando Fasaele, servo prediletto, scurito dalla fuliggine, stravolto, impazzito, disse sulle mie labbra incredule, Re dei re, l’elefante che ci hai fatto disseppellire è ancora intatto.

Poi, lo vidi, rigido com’era, la pelle pietrosa, le zanne, gli occhi lividi ancora nelle orbite. Gli schiavi lo avevano estratta dalla terra e ripulito dalla polvere della morte. Sembrava ancora vivo, ma non lo era, Disse Fasaele, Il suo peso è dimezzatto, come fosse stato svuotato dalle interiora.

Lo vidi, e dissi a me stesso che quella prodigiosa reliquia era la misura dei miei anni. Piansi mio padre Antipatro e mia madre Cipro, piansi il me stesso ancora ignaro della vita e della morte.

Amavo le rose.  La Giudea allora era un unico roseto. Rose gialle e bianche, distese nere e rosse intorno al mio passaggio. Mangiavo rose, invece che uomini, e il corpo di Doride, la moglie che volli prendere bambina, era chiaro e tenero come la coppa di un petalo. Fu lei a insegnarmi l’arte dell’innesto, e così la ricetta dei veleni che rendevano immortali i fiori. E fu Doride a darmi il primo figlio che volli chiamare Antipatro, come mio padre.

L’elefante era con noi tutti i giorni della nostra vita, e mentre io mi approssimavo a un’estinzione sconosciuta, illuso com’ero che le bellezze del mio regno fossero un conservante invincibile, compresi che tutto quanto può essere detto è eterno.

Nei giorni successivi alla nascita di Antipatro, una  nave che importava vino e grano dalla Sicilia, naufragò al largo di Cesarea. Ne seguì un prodigio del quale molti abitanti del porto furono testimoni, tanto che la notizia giunse anche nella mia casa, dove non contavamo nemmeno i giorni. I naufraghi avevano preso a camminare sull’acqua, fino a raggiungere le rive della città, e solo in quel punto crollare morti. Una catasta ordinata, alla fine, di due centinaia di cadaveri, campeggiava a Cesarea come l’ecatombe a un dio ignoto.

Il terrore del popolo fu incommensurabile, e così il disordine che ne seguì. Ordinai allora di catturare altrettanti uomini più uno, di imprigionarli nell’Ippodromo e di farli divorare vivi dai leoni alla presenza di tutta Cesarea, infanti compresi. Diventò quindi quella la strage più vasta che la mia gente avrebbe avuto il dovere di ricordare.

Doride morì prima di me, e io persi buona parte dei denti. Mardocheo il buffone si era ammalato di un male che lo immobilizzava, tranne che alla lingua. Volli bene a Mardocheo, che era bambino come lo fui io quando Antipatro era ancora re. Egli mi raccontò una storia proprio della sua infanzia. Sua madre Astarte, un giorno, lo costrinse ad assistere alla sepoltura di un elefante vivo. Gli domandai, Dove sono ora le spoglie di quell’animale? Rispose, Sotto terra, se qualcosa ne è rimasto, Erode.

Gli domandai ancora, Dove avvenne al sepoltura? Rispose, Non ne ho più memoria.

Ordinai allora che Mardocheo fosse bollito in una buca piena di pece.

Da qualche parte, nel mio regno, c’erano un secondo, un terzo e chissà quanti altri elefanti sepolti, e ancora integri. Un esercito, monumento all’immortalità sovrana che a me non sarebbe toccata in sorte.

Avrei rovesciato la terra di tutta la Giudea per ritrovare le spoglie dei miei elefanti, ma un’eclissi di sole portò la notte nel regno. Poi, una stella triangolare esplose nel cielo e cadde lenta all’orizzonte, incidendo una coda rossa e verde che per lunghi attimi rischiarò di nuovo i nostri volti.

Il segnale era inequivocabile, ma solo Fasaele ebbe il coraggio, e il giudizio, di renderlo manifesto, È nato un nuovo re, così disse.

Rimasi sveglio per giorni. Le vene delle mie mani diventarono nere, gli occhi si appannarono. Dissi, Partiamo.

Feci issare l’elefante sul ponte di una delle mie navi, e con quella salpai da Cesarea verso il largo, in compagnia di Fasaele e settanta marinai.

Al terzo giorno di navigazione, sul pelo dell’acqua comparve il corpo di un uomo. Ordinai di condurlo sul ponte. Aveva la pelle celeste e avorio, senza più dita alle mani e ai piedi. Dissi ai miei, Guardate, sta diventando simile all’acqua.

Ordinai di gettarlo nuovamente in mare, e mi attardai a vederlo galleggiare spinto dalle creste  mosse dalla chiglia.
Scomparve, e io fui triste.

Una notte, chiesi a Fasaele di accompagnarmi nel sonno. Prima di chiudere gli occhi dissi, Potrei uccidere tutti gli infanti maschi della Giudea, così che il mio regno non abbia mai fine.

Rispose Fasaele, Se uccidi tutti gli uomini a venire, Re dei re, chi lavorerà la terra che è tua? Tu muori, ma ciò che è tuo rimane.

Quando fu di nuovo giorno, feci bardare l’elefante con monili d’oro. Fu ricoperto di arazzi floreali, e volli che le zanne fossero dipinte di porpora.

Ordinai di calarlo in acqua, e di onorarlo come un dio. Cuocemmo e divorammo in suo onore metà delle provviste.

Dissi a Fasaele, Rivolgete la nave, fate ritorno a Cesarea. Poi, va’ in cerca del nuovo re e di’ che Erode il Grande è eterno.

Fu così che anch’io mi precipitai in mare, e del mio corpo si perse ogni traccia.

 
 

Danilo Soscia è nato a Formia nel 1979. Scrittore, giornalista, studioso di letteratura di viaggio e di Asia Orientale, vive e lavora a Pisa. Ha esordito nella narrativa nel 2008 col sorprendente Condòmino. Storie per 36 interni (Manni) e ha curato In Cina. Il Grand Tour degli italiani verso il Centro del Mondo 1904-1999 (Ets). Due brani del romanzo inedito Il vangelo secondo la scimmia. Viaggio intorno al mondo sono usciti su Atelier (n° 71, a. XVIII, settembre 2013). Il brano qui presentato (così come Il maiale e L’uomo nero, già apparsi su questo blog) è tratto dal lavoro anch’esso inedito I topi. Biblia pauperum.

 

L’immagine proviene da qui.

 
 

Annunci

One comment

  1. Fra le scelte interessanti di Soscia si segnala l’uso della virgola come segnale di discorso diretto (“Gli domandai ancora, Dove avvenne al sepoltura? Rispose, Non ne ho più memoria”). Il rifiuto di segni alternativi, come il trattino o le virgolette, fa sì che l’affabulazione principale, con i suoi ritmi biblici (veterotestamentari: nonostante quasi tutto, nel testo, richiami la vicenda di Cristo) prosegua ininterrotta, e sempre preminente rispetto a tutto il resto.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...