Non sono un miscredente

 
 
 

Non sono un miscredenteIn Non sono un miscredente. Lettere scelte 1868-1894 (Archinto, 2008, a cura di Luciana Pirè) sono raccolte ottantadue lettere scritte da Robert Louis Stevenson dal suo diciottesimo anno di vita a quello in cui morì.

Sono lettere che Stevenson indirizzò ai propri genitori (talvolta a uno dei due, talvolta a tutt’e due assieme), ad amici più o meno intimi e a Frances Sitwell Fetherstonhaugh, con la quale allaccerà un rapporto affettuoso che tuttavia non sfocerà mai in amore.

I temi toccati da Stevenson sono i più svariati: il sofferto rapporto coi genitori (specie col padre, rigoroso seguace del presbiterianesimo), l’amore, l’amicizia, la solidarietà, il rapporto con la natura, domande esistenziali, dubbi morali e vagheggiamenti di gloria letteraria.

Solo la polemica religiosa col padre (al cui dogmatismo repressivo Stevenson opporrà sempre, con tenacia, un’idea di religiosità fondata sulla coscienza individuale) sarà condotta con incrollabile fermezza. Si leggano tre estratti. Il primo di una lettera del 1873 (“Più tardi ho parlato anche con mia madre, dicendole quello che provo per mio padre […] e che credo in una sola cosa: cioè, che ognuno dovrebbe fare ciò che ritiene il meglio per sé, e farlo come meglio può”, p. 49), il secondo di una lettera del 1883 (“Mia cara Madre, lascerò perdere mio padre. […] Gli ho scritto appositamente una lettera, pregandolo di guardarsi dagli estremismi e dicendogli che la sua tetraggine è degna del patibolo”, p. 159), e il terzo di una lettera del 1891 (“Il mondo è grande e aspro, e colui che sa accettare quella grandezza e quella asprezza è il più vicino al senso giusto del divino. Il silenzioso presbiterio – se vogliamo chiamarlo silenzioso, malgrado riecheggi spesso dei diverbi fra i curati e i sacrestani – non è una scuola di vita. Sulla prua e sul pennone, in mezzo alle truppe e sul campo di battaglia, gli uomini non si accostano ai sacramenti, ma acquistano esperienza e conoscenza e sono assolutamente certo che Dio non nega loro il suo favore”, p. 170).

Questo fervido amore per la libertà, che attraversa tutto l’epistolario, è però l’unico sentimento espresso da Stevenson con piena coerenza. Stupiscono, al contrario, i molteplici ambiti in cui lo scrittore appare irrisolto, in conflitto con se stesso, autore di dichiarazioni anche palesemente contraddittorie.

Questa incessante e a tratti violenta dialettica è già tutta espressa nelle primissime lettere. In quella del 6 settembre 1868 leggiamo: “Che strano, non faccio che arrovellarmi sempre con la stessa idea: diventare un grande, grande, grande!” (p. 19); ma in quella del 2 ottobre dello stesso anno: “Mi sto preparando a una professione che dovrà assorbire tutte le mie facoltà e alla quale dovrò dedicare tutte le mie energie. Preferirei però andare in cerca dei derelitti in fin di vita nei bassifondi della città, per dare loro un aiuto” (p. 23).

Ai sogni di grandezza non si alternano solo slanci caritatevoli, ma pure momenti di assoluta sfiducia nelle proprie capacità: “No, non sarò mai un poeta, così come non sarò mai un formidabile scrittore di prosa” (p. 107).

Altrove, anche l’inclinazione alla carità viene brutalmente sconfessata: “Preferirei, credo, essere sorpreso a rubare in una strada affollata piuttosto che a regalare un penny a uno straccione” (p. 115).

In più di un caso, all’interno di una stessa lettera Stevenson assume punti di vista o stati d’animo addirittura antitetici. In una lettera del 1873 scrive al suo legale e agente letterario Charles Baxter: “Mi sto accorgendo a poco a poco di quanto mi sia esaurito: sono terribilmente stanco e nervoso; non riesco a leggere né a scrivere, e non me la sento neppure di camminare molto”, (p. 91); ma poche righe dopo: “Comunque, cerchiamo di stare all’erta e nutrire ancora grandi speranze […] e anch’io ho le mie ore liete, te l’assicuro, quando il sole splende e i giardini di limoni spandono tutt’intorno il loro profumo, più dolce della più delicata essenza” (p. 92).

Ci sono passaggi in cui la sua fede viene orgogliosamente ribadita (“Grazie a Dio non ho mai avuto la tentazione di non credere”, p. 26); altri in cui è messa sarcasticamente in discussione (“se riuscissi a credere a quella storiella dell’immortalità, il mondo sarebbe davvero troppo bello per essere vero”, p. 164) o scalzata da ben più mondani richiami: (“Ma è inutile fingere: mi piace divertirmi, il vino, i bagordi e bazzicare i bassifondi più lontani dal nucleo della mia anima”, p. 157).

L’ordine cronologico nel quale sono presentate le lettere, poi, è importante testimonianza del fatto che il percorso spirituale di Stevenson è non rettilineo bensì circolare, ogni posizione essendo assunta per venire presto o tardi abbandonata.

Come se, privo di ordinamenti precostituiti a cui conformarsi, a cui fare costante e sicuro riferimento, l’uomo non possa che vagare alla continua ricerca di senso, senso che può solo avere valore (ed estensione) di frammento.

Come se l’alto prezzo da pagare alla libertà fosse l’impossibilità di assumere sembianze univoche, statiche, di conquistare un luogo confortevole da cui guardare il mondo.

Come se il passare del tempo potesse garantire sì un aumento della conoscenza, ma mai un avvicinamento alla verità.

Concludo con un’ammissione di debolezza: la tentazione di rinvenire ne Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde motivi autobiografici è, a questo punto, forte.

 
 
 

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2 comments

  1. Interessante!
    E’ interessante, e in qualche modo attuale, l’immagine di R.L. Stevenson che si evince dalla lettura. Ma è interessante anche l’analisi di Claudio su quei percorsi circolari e vaganti alla ricerca di senso, un senso che sembra “avere valore (ed estensione) di frammento”.
    Condivido la sua “tentazione” di pensare che qualche motivo autobiografico sia confluito ne “Lo strano caso del dottor Jekyll…”.

  2. Alla fine quello che rimane è l’opera, quasi sempre frutto di una scissione, anche se perfetto e controllato il risultato. Forse Stevenson a un certo punto si è messo ( o si è ritrovato suo malgrado ) al centro del cerchio che girava vorticosamente, in quel punto di vuoto dove ti senti più leggero e tutto sembra venire più facile.

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