Alla luce del Sud

 
 
 

Alla luce del SudUna domanda mi ha accompagnato durante tutta la lettura di Alla luce del Sud. Lettere a Pasquale Prunas di Anna Maria Ortese (Archinto, 2006).

Come recita il sottotitolo, il libro raccoglie quarantadue lettere scritte da Anna Maria Ortese a Pasquale Prunas nel periodo che va dal 17 maggio 1946 al 9 maggio 1959. A queste lettere se ne aggiungono sette (quattro scritte dalla Ortese ad altri, tre scritte da altri alla Ortese) incluse perché strettamente connesse con l’epistolario principale.

Pasquale Prunas fondò e diresse Sud, rivista letteraria edita a Napoli dal 1945 al 1947, che ebbe la Ortese tra i suoi collaboratori.

Questa pur breve raccolta di lettere ci restituisce con estrema chiarezza l’impossibilità di Anna Maria Ortese di abitare la realtà (per cui rimando anche alla citazione ortesiana riportata in chiusura della mia recensione a Mette Pioggia di Gianni Tetti).

Incapace di interpretare persone e cose in chiave utilitaristica, in queste lettere si percepisce una Ortese perennemente sola e spaesata, in continuo affanno nei tempi e nei modi.

In una rapida e non certo esaustiva carrellata, la scopriamo in ritardo nella consegna di un articolo (“sono ancora una volta dolente di aver fatto ritardo”, p. 44), autrice di indelicate richieste di denaro (“Sono disperata perché non posso più continuare il lavoro, […] Debbo avere dei soldi”, p. 51) e di piccoli ricatti morali (“Tu devi pubblicare e compensare come vuoi il mio articolo. Non darmi il dolore di vederlo tornare indietro, mi dispiacerebbe tanto tanto”, p. 63), insistente nel domandare, anche più volte all’interno di un’unica lettera (“Ti prego, Pasquale, scusami se ricorro a te, […] Mi scusi, Pasquale? E mi fai questo favore? Tu o Carla, il più buono o quello che ha più tempo. […] Caro Pasquale, non trascurare la preghiera che ti ho fatto. […], pp. 72-73), dispensatrice di opinabili precetti morali (“Bisogna essere cattivissimi, per riuscire”, p. 90).

Anche in uno dei pochi momenti in cui la Ortese accenna ai motivi profondi dello scrivere, ribadisce la sua distanza dal mondo (corsivo nell’originale): “Mi sembra che una vera e propria cronaca di fatti che accadono, senza un alone non dico letterario ma di immagini, senza un humour, un lievito interiore, sia cosa semplicemente atroce e direi viziosa, inutile come un vizio. […] so che solo una cosa promette di dar pace agli uomini, ed è il senso della divinità della vita, anche se i nostri destini personali siano esclusi dall’immortalità. È solo in rapporto alla poesia, che posso pensare al pane, solo in rapporto alla bellezza, che posso sopportare l’utilità.” (pp. 91-93).

Alla luce di queste lettere (e, da una prospettiva meno parziale, alla luce dell’intero corpus narrativo ortesiano), per prima cosa desidero fare una considerazione. Quanto stolidi, i critici che si ostinano a ricondurre certi atteggiamenti di Anna Maria Ortese a un fantomatico brutto carattere, a un fantomatico narcisismo, a una fantomatica civetteria! Come fanno, questi critici, a non sentire che un così vasto e profondo campionario di inaderenze al reale, da parte della Ortese, non derivava dal calcolo ma dalla totale inettitudine a leggere la vita da un punto di vista strumentale? Perché non sono strumentali le prestazioni lavorative, il denaro che se ne ricava, e più in generale ogni richiesta, diciamo pure ogni comunicazione? Non è in fondo strumentale ogni rapporto, anche quello apparentemente più disinteressato? Per non essere strumentali (per essere davvero disinteressati), parole e gesti andrebbero consumati lontano da tutti e da tutto, non visti né uditi. Forse nemmeno da se stessi.

Da qui torno, per chiudere, alla domanda che – dicevo – mi ha accompagnato per tutta la lettura di questo prezioso librino. La domanda è: può uno scrittore (uno scrittore vero, e certamente Anna Maria Ortese è stata scrittrice vera) essere anche altro? Voglio dire: la scrittura radicale, che è serrato confronto con le estreme possibilità espressive, corpo a corpo con l’indicibile, dedizione massima e incessante, quanto spazio può concedere alle distrazioni, agli appuntamenti quotidiani col mondo?

Quasi tutti gli scrittori contemporanei, quando avvertono il fuoco del limite, tornano indietro, alle attività confortanti: adoperano l’ironia, sentenziano sui social network, si aggregano per moltiplicare la voce e spartire i rischi… Perciò oggi più che mai appare inconcepibile, inumana, la decisione di non retrocedere davanti al fuoco. Dunque la si condanna o sbeffeggia.

Un’osservazione finale. Per quanto la mia piccola cultura possa essermi di conforto, noto che nel Novecento questa scelta di concentrazione assoluta è stata operata soprattutto da donne: oltre alla Ortese penso almeno a Simone Weil, Cristina Campo, María Zambrano.

 
 
 

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9 comments

  1. Credo che lo scrittore possa, anzi quasi mi sento di dire debba essere anche altro, pena l’indebolento dello stesso, sia come autore/artista che (colpevolmente!) (e specialmente!) come essere umano. La storia ci restituisce brillanti esempi di scrittori o meglio intellettuali “appartati”, per dirla con Walter Siti, ma quanto questa separatezza ha a che fare con le modalità, i tempi e gli usi delle comunità letterarie? Non può essere, a parer mio, una sola caratteristica, per quanto appassionante e spesso assolutizzante in sè, l’unica determinazione che fa di un essere umano un essere umano. La stessa Ortese non avrebbe trovato le meravigliose forme di espressione di cui leggiamo qui sopra, altrimenti.

  2. Lo scrittore a mio parere è anche “altro” e lo è a maggior ragione quando donna. Nelle scrittrici (penso alle nostre del ‘900, ma anche all’eredità di quelle contemporanee) vibrano una tensione, un’urgenza letteraria che con meno vigore, differenti attenzioni si possono cogliere nella scrittura maschile. Ci sono ragioni sociali, culturali, storiche a spiegare questo fatto. La letteratura femminile si costruisce su un persistente e tenace telaio fitto di “quotidianità”, erroneamente interpretate da critici e affrettati lettori come “banalità”. Perché su quel telaio stanno impresse le storie e i racconti di tutte le donne, di tutti i tempi, la vita reale che si sono tramandate l’una dopo l’altra. La vita stessa (senza glorie né fasti o odissee) che si innalza a Letteratura.

  3. Ottimo ottimo Claudio, grazie per la segnalazione e per il commento. Alla lista delle grandi scrittici di concentrazione assoluta aggiungerei anche Cristina Annino e Amelia Rosselli! Quanto alla domanda, lo scrittore anche secondo me DEVE essere altro: e questo altro deve essere quel che gli permette di mangiare. Idealmente un mantenuto. Ma anche una professione qualsiasi perché no. In modo che la poesia possa essere quel che deve senza condizionamenti.

  4. Credo (Francesca, Lucia) che le vere grandi opere nascano dalla separatezza dal mondo. Da lunghi periodi di concentrazione e solitudine. Oggi invece c’è un’eccessiva inclinazione alla confidenza col mondo; addirittura alla confidenza maliziosa. Quasi nessuno è più capace di rifiutare le caramelle del mondo. Siamo disabituati alle distanze, ci affanniamo a riempire ogni vuoto. Ma sono solo atteggiamenti difensivi, che palesano ciò da cui dovrebbero ripararci: la paura dell’ignoto. I grandi scrittori affrontano questa paura.

    Pietro: oh sì, nel novero includo volentieri anche Amelia Rosselli. Ahimè non conosco Cristina Annino.

    1. Ovviamente, Claudio, ma questo appunto pertiene alle modalità, agli atteggiamenti, non certo all’essere. Mi sembra un po’ riduttiva come equazione, e del resto, se qualcosa non si è prima esperita, come si fa a scegliere consapevolmente di separarsene? Dunque, il momento fattivo deputato e dedicato alla scrittura mi pare lapalissiano che non potrà mai essere quello delle cene di gala o degli aperitivi letterari, per stare più sull’iper contemporaneo. Penso però che anche l’animo più sensibile del pianeta, se non mescola mai la propria esistenza con quella degli altri, difficilmente riuscirà a toccare vertici di reale comprensione della vita. Perché la scrittura questo è, alla fin fine, comprensione del mondo o suo tentativo.

  5. Non sono sicuro come te, Francesca, che tutto questo sia ovvio per gli scrittori contemporanei. Mi pare che oggi troppe opere siano testimonianza, più o meno esplicita, di questo atteggiamento salottiero, di questa scarsa capacità di concentrazione e di allontanamento. Mi pare che oggi troppe opere siano belle, nel senso di: timorose di osare.

    Non è sufficiente essere isolati dal mondo nel momento della scrittura. Questo non significa una mia sponsorizzazione dello scrittore-asceta. Significa che la scrittura vera nasce dalla capacità quotidiana di percepire i pieni e i vuoti del mondo; di allenarsi, per così dire, all’inconoscibile. Ecco il punto.

    1. E sì è sì, su questo pienamente d’accordo. Ma infatti mi pare che siano piuttosto chiari i comportamenti (salottieri, come altri) da non emulare! 🙂 io parlavo in valore assoluto, insomma, non so se c’è (ancora) chi non distingue l’arte dal chiacchiericcio. In quel caso, il problema starebbe proprio a monte, separati o no.

  6. Lucia Ravera ha centrato in pieno il punto su quella sfumatura di ‘domesticità’ che tanto giova ed arricchisce la letterarietà femminile. In quanto all’ascetismo dello scrittore mi chiedo, chi, scrittori, pittori, musicisti, artisti di ogni razza e genere, chi quando la sua arte lo chiama non desidera, necessita, di stare da solo in intimità con lei? Anche mangiare, anche dormire è una sofferenza, un allontanamento doloroso da ciò che più in quel momento appassiona, da ciò che preme per venire al mondo. Però sono momenti, più o meno lunghi ed è bene per l’arte e per se stessi, assecondarli. Male annullarsi nel pantano vischioso della mondanità seppure da social network, come male è non vivere un’esistenza fatta di mestiere, amore, dolore, denaro, amicizie, ecc…insomma a mio parere una scrittura è tanto più viva e vera quanto più vivo e a contatto con la propria quotidianità è chi la compone.

  7. Chi scrive, intendo dire lo scrittore vero, si stacca dal mondo nell’atto stesso della scrittura che è relazione con se stessi e contemporaneamente con l’ignoto. Essere anche “altro” d’altra parte e quindi non pregiudica la qualità di un’opera, il suo valore, anzi. E’ l’esperienza che fa il testo letterario. L’esperienza che fa la differenza netta tra scritture maschili e femminili, ovvero scritture “fuori” e scritture “dentro”.
    Sembra banale, ma il grosso è qui 😉

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