Abse

 
 
 

Immagine_Il Ponte del SaleCiò che ho apprezzato del libro di Anna Maria Farabbi, pubblicato nel 2013 da Il Ponte del Sale, è la chiara intenzione dell’autrice di fronteggiare gli estremi, la radice e l’osso interno delle cose, che nelle poesie si danno contemporaneamente come carnalità e immagine, materia e creazione continua che sovverte i limiti delle sicurezze dell’ordine logico.

Altresì forte e determinante in questo volume è la dimensione umana e femminile nell’essere poeta e il desiderio e la volontà di libertà che questi testi lasciano continuamente intuire nelle loro trame o addirittura mostrano esplicitamente, come accade in La carovana di sale. Preistoria del poema, una dichiarazione di poetica ed etica che apre il libro.

Il volume si compone di dieci sezioni o nodi pubblici, come chiamati dall’autrice, introdotti da una trama e da un pre-testo e seguiti da una postilla che si sofferma sul significato della parola che dà il titolo al libro, Abse.

L’io è la presenza-assenza (giacché guardare veramente se stessi è sottrarsi al visibile) protagonista di quest’opera al di là dei generi: Abse è un poema, il resoconto di un viaggio interiore, è invenzione e verità, un dramma teatrale in cui un solo personaggio indossa molte maschere e rimane sempre unico, il desiderio di liberazione dall’io. Di certo, è l’inappartenenza a caratterizzare questo libro che appare pieno, sovrabbondante di energia e visione.

Dopo La prima porta, la voce conduce ne La bottega dell’acqua, un gruppo di poesie i cui titoli sono date:

“vedo cadere delle noci di neve/diventano arance attraversando il tramonto […]”

E ancora:

“abbiamo vendemmiato e cominciato la scuola/stiamo imparando i gialli/tra le ruggini/traduciamo il vento che sposta le foglie/e le nostre spine dorsali//e le sparpaglia”.

La poesia di Anna Maria Farabbi si muove tra una tensione alla sottrazione, alla scomparsa, all’assenza, allo spazio libero dal sé e l’impeto di un dire totale, per forma e temi, di madre, che raggiunge, che contiene, che “rumina” (verbo che ricorre spesso, quest’ultimo; l’essere umano è qui spirituale e animale e sempre un vento, un soffio, lo abita). Così accade anche ne L’osteria del buio rosso:

“ […] ho studiato il vuoto/dell’ago/ora cucio direttamente con le dita/e con il filo che mi nasce dal corpo […]”

Nella sezione La piazza, che si incontra subito dopo, la poesia cerca infatti anche di essere memoria degli esseri distanti e di quelli vicini nello spazio e nel tempo, degli ultimi, delle vittime, dei bambini, quasi che il poeta chiedesse per sé una sorta di necessaria integrità, di legame e di continuità tra l’agire poetico e quello etico; non esistono, cioè, due mondi per Anna Maria Farabbi. La cronaca, la storia e la poesia restano inseparabili, anche quando, nei testi più brevi, tutto è trasfigurato, irrelato, simile a parabola, a sogno, figura. Forse perché la poesia può trasformare in immagine, in suono nuovo e più intenso il mondo di qua; o forse perché dice la verità anche quando la costruisce, la inventa. E ci sono le voci degli altri e il desiderio di una comunità degli animi, qui dove prosa e poesia convivono.

Tuttavia, subito si interrompe la dilatazione del dire e la voce entra ne La scuola facendosi corpo irrompente nel dialetto dell’Appennino umbro (della zona di Montelovesco), lingua del padre dell’autrice:

“ldialetto ldiceva lmi babbo e lmi babbo/ce lò ncorpo//si fo cadè la lengua nterra/m’esce”

(“il dialetto lo diceva il mio babbo e il mio babbo/ce l’ho in corpo//se faccio cadere la lingua in terra/mi esce”)

E la scuola è un luogo dove la materia non è negata, vitale, concreto e dentro il mondo naturale, mai separato da questo:

“i vo a scola da la terra […]”

(“io vado a scuola dalla terra”)

La voce pare poi un poco distendersi nella sezione dal titolo Biblioteca, un luogo senza tetto, perché durante la lettura si abbia la consapevolezza del cielo, come spiega l’autrice nella prosa introduttiva, mostrando spazi aperti e al contempo uniti dal suo passo, lì dove ci si aspetterebbe di imbattersi in mura, confini, edifici.

Qui le poesie si fanno talora più lunghe e il dialetto lascia spesso di nuovo spazio alla lingua italiana. La figura femminile (di figlia, di madre o di nonna) intravista nella sua fisicità e carnalità, anche violenta, è protagonista in poesie intitolate diario, un diario ora di spazi ora di cose o di esperienze. Tuttavia, l’attraversamento, che è, in Anna Maria Farabbi, costante apprendimento, avviene anche qui:

“[…] Ma nsento a sta ferma/ntra che lcanto dle raiche guerna.”

(“[…] Mi ha insegnato a stare ferma/mentre il canto delle radici governa.”)

Il viaggio si fa musica, un piccolo concerto per arpa eolica, in questa sezione immediatamente successiva, L’ostia nell’abse, ricca di venature mistiche e religiose, di preghiere rivolte anche a sé:

“Nasci in terra ogni giorno/non separandoti mai da te stessa […]”.

E la bella radicalità di Anna Maria Farabbi si legge maggiormente, a mio avviso, nelle sue poesie più dense, con la grazia della sintesi e capaci di accensioni e vastità, in versi dove non occorrono chiose e spiegazioni, dove le parole sono sole e ascoltano ciascuno di noi.

Come accade, ad esempio, nella sezione Asilo, nuova tappa del viaggio: qui gioco e natura si intrecciano nell’infanzia, ricompaiono le figure femminili e materne, e si assiste così a un continuo fiorire di immagini. La fine di tutte le cose, intravista in ogni sosta di questo finito attraversare e data come perenne sfondo del vivere, è però sempre più vicina in Ospizio femminile, dove si rinvengono poesie nitide e struggenti:

“sono stata io a mangiare la foglia e la farfalla: pregavo.//Avevo bisogno di una preghiera organica/in me. Di digerire mia madre.”

Oppure:

“La piccola nana sta per morire./Lucidamente   senza nostalgia./Settantaquattro anni dentro un carro/che improvvisamente si rovescia/pieno di limoni giallissimi  che lei bambina bassa/scambiava per lanterne e ori. […]”

L’attraversamento termina nel luogo ultimo, il Cimitero, lì il poema, dice la voce, “è semplicemente un ritmo nell’abse”. Accade che qui la nonna (donna che ho immaginato e visto, leggendo, muta di parole ma pronta a gesti chiari) e la nipote vadano a trovare i morti sottoterra, come succede in un viaggio mitico:

“[…] Scendendo/lei non rispondeva alle mie domande/ma cantava/per scandire il passo./Scalze entrambre sdentate:/lei vecchissima arcaica/io appena nata.”

E ad abse, una parola che significa ma che è anche puro suono, inizio e fine dell’attraversamento, è dedicata una ricchissima nota che sigilla il libro e che testimonia un viaggio, un percorso composito, fatto di solitudini e incontri, di infanzia e decadenza, di corpi e fantasmi, di figure e di materia:

“[…] Abse è il nulla; la stupefazione di ciò che è inesprimibile fino all’ammutolimento e, per questo, sancisce l’impossibilità di una minuziosa, totalizzante, descrizione e spiegazione. Dichiara una volta per tutte la negazione del dire fino in fondo; significa limite insuperabile […]”.

 
 

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2 comments

  1. Uno dei grandi pregi di questo blog è l’attenzione per l’uso della lingua da parte degli autori che vi sono recensiti: come si faceva un tempo, e come quasi non si fa più all’interno di molte altre riviste di critica letteraria. Dopo il pavano di Scabia e l’umbro della Farabbi, attendiamo tutti di imparare dalla prossima segnalazione.

  2. L’immagine percepita dal ritratto dell’autrice, espresso attraverso questo poema, è quella di un’acqua che scorre fresca, cristallina, vigorosa. Acqua che, pur toccando realtà diverse, non si perde nel particolare ma fluttua all’interno di una ricerca di senso, fino al limite dell’inesprimibile.

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