Il mondo senza Benjamin

 
 

“La morte è la sanzione di tutto ciò che il narratore può raccontare. Dalla morte egli attinge la sua autorità. O, in altre parole, è la storia naturale in cui si situano le sue storie.”

(da Walter Benjamin, Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov)

 

 

Morasso 543 0Il mondo senza Benjamin (Bergamo, Moretti & Vitali, 2014) è il libro più compiutamente morassiano tra quelli finora scritti da Massimo Morasso.

Cercherò di spiegare perché. Morasso (Genova 1964) è poeta, saggista, traduttore, narratore, critico letterario, organizzatore culturale. Per avere una prima idea dell’ampiezza ed eterogeneità dei suoi interessi, si vedano qui e qui due dei suoi lavori di più recente pubblicazione.

Il mondo senza Benjamin è composto da trecentosessantacinque pagine scritte da Morasso nel periodo che va dal 1998 al 2010. Dico pagine perché la vaghezza è d’obbligo, siccome ne Il mondo senza Benjamin sono raccolti (e non ho pretesa di esaustività): dialoghi filosofici, poesie, pensieri di poetica, aforismi, prove di fiction e autofiction, brani di critica letteraria e incursioni critiche in pressoché tutte le maggiori discipline artistiche, ragionamenti intorno alle cosiddette scienze dure, appunti di teologia e di mistica, utopie e ucronie, divertissement, cataloghi, bollettini medici.

Davanti a un libro simile, non è ozioso domandarsi in quale modo si debba affrontarne la lettura.

Massimo Morasso si autodefinisce qui “pensatore antagonista” (p. 22), spiegandoci poche righe più sotto che “il sapiente, uomo invidiabile, ha gettato via la paura, e con volontà risoluta opera su se stesso, mentre il pensatore antagonista arde di desiderio infinito, e tenta, per quanto ne è capace, dilaniato com’è dagli estremi della gioia e dolore che dettano il ritmo della sua continua, inappagabile ricerca, di sfruttare la tensione dei contrari, godendo con difficoltà del presente, ma dilaniandosi invece nell’idea del futuro e dell’irraggiungibile”.

La domanda da porsi è dunque, piuttosto, come affrontare il proteiforme Morasso, che a p. 247 si svela così: “Chi mi conosce sa che pur tentando di conferire all’ordinario un senso elevato, al consueto un aspetto misterioso, al conosciuto la dignità dell’ignoto, al finito un’apparenza infinita, io non riesco a placare la mia sete di moltitudine, di complicazione, e di contraddizione”.

Sospetto che Il mondo senza Benjamin si possa leggere da due prospettive.

La prima è una prospettiva tutta intellettuale, adottabile se desiderosi di riempire ogni vuoto, ossia di decifrare ogni maglia della fittissima rete di debiti e rimandi, più o meno espliciti, intessuta da Massimo Morasso, uomo di cultura enciclopedica e onnivora (che in alcuni passaggi del libro, va detto, è forse esibita con eccessivo autocompiacimento).

Ma la reputerei una lettura superficiale e fuorviante, e in definitiva inutile, come sempre inutile è una relazione instaurata solo per ricavarne conferma di sé, delle proprie competenze e intuizioni, della propria maniera di abitare il mondo.

Eppure Massimo Morasso dissemina il testo di preziosi indizi. Riportiamone tre, emblematici: “Il cacciatore spirituale tiene un piede sulla terra e uno in cielo” (p. 27); “Scrivere significa affrontare innumerevoli fantasmi” (p. 207); “La personalità significa così poco per me” (p. 335).

Brevemente consideriamoli, questi tre indizi, in senso inverso: dal terzo al primo.

L’ultimo dei tre (“La personalità significa così poco per me”) ci consegna un’inedita chiave di lettura dell’infaticabile e sempre cangiante sguardo morassiano. Siamo di fronte non all’ipercinetismo di un ego insaziabile, ma al contrario a un inesausto tentativo di frammentazione-polverizzazione dell’io. Dunque moltiplicarsi non significa, per Morasso, voler acquistare spazio, potere, ma semmai disperdersi, annullare la propria peculiarità a favore della tensione assoluta all’altrove. Torna alla mente un passaggio della recensione a Una comunità degli animi di Cesare Viviani apparsa su Il Giorno del 18 maggio 1997 a firma di Alba Donati: “Cesare Viviani scrive da più di vent’anni lo stesso libro. La sua ossessione è il destino dell’io, il suo punto di incontro con la comunità, quella soglia davanti alla quale ogni uomo smette di essere solo una persona e si distende in un panorama di esistenze.”

Sì: un panorama di esistenze scaturito dall’abbandono del punto di vista individuale.

Il secondo indizio (“Scrivere significa affrontare innumerevoli fantasmi”), di per sé non eccessivamente originale, si carica di ben altro significato se giustapposto al primo (“Il cacciatore spirituale tiene un piede sulla terra e uno in cielo”): a Morasso interessa qualcosa che non è, o non è soltanto, di umana pertinenza.

Ebbene, credo che per comprendere l’alto valore de Il mondo senza Benjamin occorra farsi non concorrenti bensì compagni di Massimo Morasso, dimenticarsi delle parole del libro (pur incisive, sovente folgoranti) e concentrarsi sul ritmo. Concentrarsi cioè sull’agonismo imperterrito di Morasso, o dovrei dire degli innumerevoli alter ego morassiani.

Ecco allora che una piccola frase illumina di colpo l’intero volume e ce ne rivela il senso più profondo, l’ispirazione più autentica. A p. 24 si legge: “Ingaggio con la mia morte il più feroce dei corpo a corpo”.

Morasso, ne Il mondo senza Benjamin, prova a sondare l’insondabile utilizzando tutte le sue energie, tutti i suoi strumenti, tutti i varchi a sua disposizione. E se quasi a ogni pagina ritenta con modi (e sotto sembianze) diversi è perché ogni volta, per quanto sapientemente corteggiato, l’invisibile non risponde, rimane irrimediabilmente lontano.

Questo libro, dunque, è la testimonianza di una lunga fedeltà, una confessione di onestà rara, un’opera tanto singolare quanto drammatica.

 
 

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3 comments

  1. Affascinante… Ma qual’è il ruolo di Benjamin nel libro? Forse la risposta alla domanda però è andare a leggerselo, il libro. Grazie Claudio per le tue segnalazioni sempre coraggiose, appassionate e controcorrente

  2. Decisamente intrigante e sfolgorante nel presentare la poliedricità dell’autore.. Mi auguro che la scuola, dalla secondaria inferiore ma in primis il liceo classico, vi inviti a tenere un incontro sul valore della ” parola ” . Raramente ho potuto apprezzare questa ricchezza, appropriatezza e vivacità di lessico come in voi, autori di questo blog letterario.

  3. Franco: “Il mondo senza Benjamin” è anche il titolo di uno dei numerosissimi brani che compongono il libro. Un passaggio del brano forse spiega perché è stato eletto pure a titolo complessivo dell’opera: “Quando mi metto in testa di avvicinarmi al lampo di mistero nascosto nell’impotenza del (mio) dire, […] torno a farmi sedurre dalla scrittura ‘angelica’ di Benjamin, se l’angelo, tramite Benjamin, è l’inaspettato di ciò che si mette a parlare.” (p. 100).
    Carla Padovan: grazie.

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