L’uomo nero

 

di Danilo Soscia

 

 

Il Cairo, agosto 1887

Mia cara,
ti prego di non dare credito a quanti verranno a riferirti che sono diventato un mercante di uomini. Questo certo non corrisponde a verità, tutt’altro. Se in questo mondo, e nel luogo dove ora mi trovo, esiste qualcuno vittima di una scandalosa compravendita, quello sono io.

Il mio viaggio in Abissinia è finito.

Ho fatto come tu mi avevi consigliato nell’ultima tua. Ho smesso di trasportare i sedicimila franchi in oro nella mia cintura e li ho investiti al Crédit Lyonnais, in un deposito sottoposto al vincolo dei sei mesi, con un interesse del quattro percento. Non porto dunque più addosso, tutti i giorni, quegli otto chili il cui peso mi ha condannato alla dissenteria perpetua e che, con molta probabilità, sono stati la causa della precoce calvizie che mi ha colpito.

Sono stanco, e sono di nuovo senza lavoro. Per tale ragione, a breve tornerò in Sudan, oppure ancora in Abissinia. Qualcuno tra i molti corrieri provenienti dalla Francia mi ha suggerito Zanzibar, ma temo tu abbia qualche difficoltà a collocarlo sulla carta geografica. Solo ora trovo il coraggio di scriverti che da mesi sto pensando di attraversare l’Oceano Indiano per raggiungere la Cina e tentare di guadagnare, oltre l’oro di cui ho vitale bisogno, pace e felicità.

So Mariam_Rimbaudche disapprovi, e so anche che debbo aspettarmi una tua lettera colma di scandalo, com’è nel tuo costume. La accoglierò con indifferenza, come per le altre. Mi riconoscerai che in questi anni lontano da voi, mi sono sforzato di non domandare più il vostro parere. Le lettere che avete ricevute tu e mia sorella dall’Harar, ne sono state una sentita dimostrazione. Nella capitale dell’Egitto, purtroppo, si vive all’europea, e io ho molto tempo libero. Il vuoto delle mie giornate di disoccupato costa caro ai miei risicati risparmi. L’ozio è dispendioso, mi hai sempre insegnato. È vero, te ne concedo stimata testimonianza.

Ti farà piacere leggere che la lista delle mie malattie è molto lunga. Quest’ultima si apre con un reumatismo lombare e un altro alla coscia sinistra che arrivano a paralizzarmi. Vi si aggiungono un dolore articolare al ginocchio sinistro e un diffuso reumatismo alla spalla destra. La mia vita sta andando a rotoli.

Allo stesso tempo, mia cara, non passa giorno che non mi interroghi su come potesse procedere diversamente questa mia esistenza. Ho attraversato centinaia di volte il mare, anche con mezzi di fortuna, ho viaggiato per terra, a cavallo e in marcia, senza viveri, senza acqua, a volte senza vestiti. Mi chiedo cos’altro dovessi aspettarmi, se non questo. Eppure, vorrei tu mi vedessi.

Ho paura di perdere quel poco che ho predato. Mi sono ridotto a nascondere i miei soldi in una banca, presso coloro che da ragazzo avevo sbeffeggiato. Ora prego Dio che l’oro lieviti il prima possibile, e io possa tornare presto in Francia. Prima di allora, dovrò misurarmi con la morte in questa terra di bestie.

In verità, non posso tornare in Europa per tante ragioni. Prima di tutto, l’inverno sarebbe per me letale. Poi, mi sono ammalato di questa vita errante e libera. Infine, non ho una posizione.

La verità è che voglio morire di fatica, così che possiate piangermi come un martire. Ho già lasciato disposizione ai miei soci di farvi avere una seconda copia della ricevuta del mio deposito. Essa varrà da garanzia, qualora io dovessi scomparire. Il mio oro è vostro.

Approfitto di queste mie pagine, per disilluderti da certe tue presunzioni. So che hai fatto di tutto per non farmi sapere della stampa del libro di Paul. Sappi che ne sono a conoscenza da almeno due anni, ma ho preferito conservarti nel tuo tentativo demente di lasciarmene ignaro. Fatica sprecata e malriposta, mia cara. Da quando ho iniziato a imparare la lingua di questi luoghi e ad assorbire la linfa pornografica delle loro abitudini, dei loro quotidiani rituali, trovo che la poesia sia un fatto assurdo, ridicolo, disgustoso. Se mai dovessi tornare in Francia, cambierei nome, piuttosto che correre il rischio di essere riconosciuto come poeta. In conclusione, dormi pure tranquilla, non affaticarti nei tuoi sotterfugi, e invoca l’aiuto di Dio con maggiore quiete. Non ho alcuna intenzione di tornare a scrivere, né ora, né mai.

Di contro, voglio farti sapere che il mio stile di vita è stato in questi anni, ed è ancora, molto sciatto. Per meglio vigilare sulle mie scarse ricchezze, ho dormito tra le merci, e più di una volta ho dovuto affrontare corpo a corpo i topi, fedelissimi compagni di viaggio. Non sarà difficile nemmeno per una donna ignorante come te immaginare quanto l’acqua sia un bene raro da queste parti. Il mio vestiario ne ha risentito in maniera profonda. Il caldo ossessivo delle regioni che ho attraversato, non ha consentito scelte ardite in fatto di stile. D’altra parte, mostrare la propria parziale o totale nudità è qui un segno di un qualche rilievo sociale. Immagino la cosa induca in te un vivo terrore. Me ne compiaccio.

Non mi fido di nessuno. Ho visto tanto di quel mondo, mia cara, anzi l’ho letteralmente misurato con i miei piedi, che la mia memoria si è disintegrata in miliardi di impercettibili costellazioni. Mentre ti scrivo, ricordo che da ragazzo, parlando di me, qualcuno predisse, Farà una brutta fine. Non riesco a ricordare chi, un insegnante forse o un tuo parente. Sono certo  tu potrai aiutarmi a riconquistare questo fondamentale ricordo. E comunque sia, aveva ragione.

Mariam se n’è andata.

Hai per caso mai ricevuto quella sua foto che ti inviai? Ti avevo già scritto, infatti, che è molto bella. Dalla foto certo avresti potuto intuire la sua portentosa altezza, e forse il colore della sua pelle avrebbe potuto indurti alle tue ovvie certezze sulle donne africane. Ti assicuro, invece, che Mariam ha tratti squisitamente europei, è cattolica e adora fumare sigarette. Tranquillizzati, anche in questo caso. Ha deciso di ritornare dalla sua famiglia. E Djami, il giovane servo della casa che tenevo presso Aden e di cui pure ti ho scritto, ha smesso di parlare per quasi un mese, tanto era addolorato dall’improvvisa scomparsa di Mariam.

Io non so dirti, mia cara, per quale ragione lo abbia fatto. Pur di arrecarti fastidio, le avevo addirittura accennato all’eventualità di sposarci, e lei mi aveva lasciato intendere che poteva essere un compromesso plausibile per entrambi. Poi, a settembre dell’anno scorso, ha lasciato me e Djami nel dubbio sanguinoso di qualcosa di non detto. Niente, a ripensarci, mi appare ora decisivo nella scelta di Mariam. Aveva persino prenotato un abito da sposa.

Qualche giorno prima della sua partenza, la sorpresi nel deposito delle merci, dove le era proibito entrare. Domandai, Perché sei qui, Mariam? Non sai che l’avorio soffre il sudore femminile? Disse, Sei un mercante di uomini, Arthur? Risposi, lo sono stato, amore mio, ma non qui in Africa.

Disse ancora, Non capisco. Mi hai sempre raccontato che in Francia, in Belgio e a Londra hai fatto l’insegnante.

La accarezzai e le baciai il mento. Dissi, Quando ero ragazzo, ho scritto anche poesie. Perché mi chiedi ora se sono un mercante di uomini?

Rispose, Sono andata ad Aden a ritirare il mio abito da sposa, ma all’emporio uno dei sarti mi ha avvertito che ci sarebbe stato un ritardo. La nave che trasportava il carico è naufragata al largo di Tunisi. Fuori dalla baracca, ho incontrato un giovane con la barba, vestito con un caffettano nero, che mi ha chiesto, È lei la donna di Arthur Rimbaud, il mercante francese?, Sì, ho detto io. Si è avvicinato con deferenza, ha sollevato la manica sinistra della veste e mi ha mostrato la mano. Era senza dita. Mi ha detto, Dica a Rimbaud che ha visto la mano di uno schiavo. Dimmi Arthur, era forse uno degli uomini che hai venduto?

Mia cara, di tutta la vicenda che mi ostino a raccontarti, è senza dubbio questo l’aspetto che più turba la mia apparente, serafica calma. Io non so chi fosse quell’uomo vestito di nero incontrato da Mariam presso l’emporio di Aden. Certo, posso fare alcune ipotesi, e sai quanto amerei gettarti nello sconforto della mia felice dissolutezza. Potrei dirti che quell’uomo ha perso le sue dita per un debito di gioco non pagato, e che sono stato io a tenerli ferma la mano mentre uno dei miei soci africani lo mutilava per punirlo. Potrei dirti che è stato uno dei miei amanti, giovani senza dio e senza speranza che arrivano dalla Libia o dall’Egitto per soddisfare la solitudine degli esploratori europei. Carne di una notte, o di qualche giorno, lungo centinaia di tappe indicibili alla ricerca di avorio, di caffè, e di donne. Potrei dirti che l’uomo nero è il frutto della fantasia fertilissima di Mariam, che ha voluto spaventarmi o umiliarmi prima di abbandonare me e Djami, magari stanca della mia incapacità di soddisfarla, preda come sono di precoci malattie senili.

Potrei infine dirti, cara mamma, che l’uomo nero sono io, e che le dita amputate messe in bella mostra davanti agli occhi della mia dolcissima sposa promessa, sono identiche alle mie, a quelle che ho perso per una ragione o per un’altra nel corso di questa vita. Sono storie che non sai, e che non saprai mai, perché io non te le racconterò.

So solo che Mariam se n’è andata e questo, purtroppo, ti darà soddisfazione. Ma non sono un mercante di uomini.

Sempre Tuo

Arthur

Fermo posta, Il Cairo

sino alla fine di settembre

 
 

Danilo Soscia è nato a Formia nel 1979. Scrittore, giornalista, studioso di letteratura di viaggio e di Asia Orientale, vive e lavora a Pisa. Ha esordito nella narrativa nel 2008 col sorprendente Condòmino. Storie per 36 interni (Manni) e ha curato In Cina. Il Grand Tour degli italiani verso il Centro del Mondo 1904-1999 (Ets). Due brani del romanzo inedito Il vangelo secondo la scimmia. Viaggio intorno al mondo sono usciti su Atelier (n° 71, a. XVIII, settembre 2013). Il brano qui presentato (così come Il maiale, già apparso su questo blog) è tratto dal lavoro anch’esso inedito I topi. Biblia pauperum.

 

L’immagine proviene da qui.

 
 

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6 comments

  1. “Prima di allora, dovrò misurarmi con la morte in questa terra di bestie.” Cari Squadernauti, questo racconto fa sperare nel ritorno a quella forma di scritto che si chiama letteratura. Grazie a Voi per la condivisione e grazie a Danilo Soscia per il talento.
    CdF

  2. Racconto che dipinge bene quel ” genio e sregolatezza” che era A. Rimbaud, rendendolo attraente. Incisivo e passionale il passaggio sul suo vissuto con la poesia. Mi complimento per la scelta di autori che stimolano la curiosità e l’interesse per la letteratura.
    Carla Padovan

    1. Alla terza riga si è capito che si raccontava di Rimbaud. Credo che questo sia già sufficiente per affermare che la scrittura di Danilo Soscia è efficace e senza tanti fronzoli. Bel pezzo davvero.

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